venerdì 8 ottobre 2010

Alberi a testa in giù, le radici in cielo...

Succede che qualche giorno fa, aspettando l'arrivo del mio primo telescopio, ho ripreso in mano un piccolo libro di astronomia, con mappe del cielo e descrizioni. Mi fu regalato che ero ancora alle elementari. Da piccolo l'avevo usato solo qualche volta, incuriosito più dall'inchiostro fluorescente delle mappe stellari che dall'attenta spiegazione di quello che le determinate zone di cielo custodiscono... Più tardi, mi bastava riconoscere qualche costellazione usandone le carte celesti...

Questo libretto, non era neppure uno di quelli che fin da bambino mi hanno fatto letteralmente sognare ad occhi aperti e che sono responsabili delle scelte sui miei studi e delle mie passioni. Era rimasto lì, ogni tanto sfogliato, ma mai veramente letto.
Succede che mi imbatto per la prima volta nelle parole. E trovo nella prefazione uno spunto che mette nero su bianco qualcosa che ho sempre percepito, levando il naso all'insù. È proprio vero che i libri sono amici che sanno aspettare: queste parole mi hanno atteso pazienti su quella pagina, per venirmi a trovare dopo tutti questi anni.

Le ha scritte Hubert Reeves  che scopro essere un astrofisico e divulgatore Franco-Canadese... dalla faccia simpatica (miracoli di Wikipedia!). La sua è una breve riflessione su perchè guardare il cielo, e soprattutto su come lasciarsi interrogare ed entrare veramente in sintonia con il balletto cosmico che si dispiega davanti ai nostri occhi...

... la conoscenza del cielo ha anche un'altra dimensione, collegata con le radici stesse dell'uomo. Le variazioni rapide del tipo di vita, provocate dal ritmo incessante dei progressi tecnologici, causano problemi di identità nell'uomo contemporaneo. Una reazione contro questo sentimento d'alienazione dovuta al mondo moderno si può trovare nel rinnovato interesse verso il regionalismo. Ciascuno sente il bisogno di appartenere a qualche cosa. Si cercano disperatamente le proprie radici, a costo di inventarle di sana pianta.

Oggigiorno una delle ragioni della popolarità dell'astronomia consiste, io credo, nel legame che essa mostra tra l'uomo e le stelle. Lungi dall'essere estranei all'Universo, come insegnano gli esistenzialisti, le recenti scoperte dell'astrofisica ci indicano come parte di tutto quello che brilla in cielo. Noi siamo debitori alle stelle perchè al loro interno sono stati fabbricati gli atomi dei quali sono costituite le molecole dei nostri occhi rivolti verso di esse.

Il sentimento d'appartenenza di cui sentiamo tanto bisogno, ci è dato dall'astronomia in forma molto più soddisfacente di quanto non facciano i nostri libri di storia. Prima di essere Francesi o Italiani, neri o bianchi, maschi o femmine, noi siamo terrestri, solari, appartenenti alla Via Lattea, figli e figlie dell'Universo. Le nostre radici sono nelle stelle.

Questa presa di coscienza è importante per l'essere umano nel suo insieme. Ma essa rimane confinata all'intelletto; non può acquisire la sua reale dimensione. Occorre, tuttavia, che questa consapevolezza si confronti con l'osservazione fisica del cielo. Alla razionalità deve associarsi l'emozione di ritrovare la nebulosa d'Orione -  regione di formazione stellare - o Antares, generatrice del carbonio e dell'ossigeno...

È con questo spirito che voglio ritrovarmi a guardare il cielo. Sempre. Per questo un umile dobson "economico ma di tutto rispetto" è il compagno ideale. Non ci vuole nulla per farlo saltare da una stella all'altra con la leggerezza di un ballerino. E senza menarsela, senza strafare, senza i cerchi graduati delle coordinate, senza i rumori delle montature go-to, umilmente, in silenzio, con tutti i suoi limiti, si mette davanti alla volta celeste e mi mostra le meraviglie del cosmo.
La questione è solo questa, lasciarsi stupire. Lasciarsi impressionare. Esattamente come le proprie retine.